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La città galleggiante. Potrebbe essere il nome di una delle città ideali uscite dalla creatività letteraria di Italo Calvino nel suo romanzo Le città invisibili, uscito nel 1972. Sono invece delle nuove modalità architettoniche e abitative che presto vedranno la luce. Il concetto di floating cities nasce anche con l’obiettivo di trovare soluzioni abitative in pieno cambiamento climatico. Si tratta infatti di agglomerati urbani fluttuanti su mari e oceani, sono pensati per essere green e autosufficienti energeticamente.

Il Seasteading Institute è un ente Non Profit californiano che ha raccolto circa 2,5 milioni di dollari da oltre mille donatori per il suo progetto di città galleggiante, la cui realizzazione potrebbe avviarsi già dal prossimo anno nella Polinesia francese. Questo piccolo gruppo di isole adagiato nell’Oceano Pacifico corre un reale rischio di scomparire sommerso dall’acqua a causa dell’innalzamento del livello degli oceani. Tale sollevamento del livello delle acque è una conseguenza diretta del climate change

Attualmente gli studi economici e ambientali di fattibilità del progetto sono giunti alla fase conclusiva. Il prossimo step sarà la realizzazione del progetto stesso. In “Waterworld” film fantascientifico della metà degli anni ‘90 e ambientato in un futuro post apocalittico dove l’intero pianeta è sommerso dalle acque, le soluzioni abitative sono piccole città galleggianti. A differenza di ciò che accade nel film interpretato e coprodotto da Kevin Costner, il progetto abitativo del Seasteading Institute cerca invece soluzioni sostenibili, sia per l’ambiente che per i costi. Un nuovo modello abitativo per il futuro. Accessibile a tutti.

Parla Mr. Hencken, Executive Director dell’Istituto californiano: “Noi abbiamo una visione, riuscire a creare un comparto industriale in grado di fornire isole e città galleggianti per tutte quelle persone a rischio a causa dell’innalzamento dei livelli del mare”. In termini economici il primo progetto di città galleggiante dovrebbe avere un costo che va dai 10 ai 50 milioni di dollari. La forbice è ampia. Mentre il target a cui si rivolge, Mr. Hencken, è molto profilato: si tratterà di residenti appartenenti alla middle class dei paesi sviluppati.

Dal punto di vista energetico le floating cities, e non solo quelle che verranno realizzate dal Seasteading Institute, saranno eco-friendly. Per Natura. Galleggiare in mezzo al mare o all’oceano significa non avere accesso ai sistemi di produzione energetica presenti in terraferma. O meglio, vi si potrebbe accedere; ma se dovessimo decidere tra calare nuovi cavi nei fondali marini o sviluppare una produzione energetica, prevalentemente da fonti rinnovabili, in loco, la seconda soluzione sarebbe la più sensata nonché sostenibile. A parità di costo.

Inoltre questi moduli abitativi galleggianti sono spesso pensati per essere autosufficienti anche dal punto di vista della produzione di cibo. Grazie a speciali tecniche di farming, di tipo verticale e che riprendono pratiche simili utilizzate nell’urban farming. E ovviamente, essendo in mezzo al mare, gli allevamenti di pesce.

Vivere in mezzo al mare, in un’isola sperduta e dimenticata, è un’immagine onirica ben radicata nell’immaginario collettivo occidentale. Un domani sarà possibile abitare in queste isole tecnologiche, lontano da tutti e connessi con tutti, dove il cibo che mangeremo e l’energia che utilizzeremo saranno entrambi prodotti dalla città galleggiante. Tutto ciò avrà un carbon footprint pari a zero. Pronti a partire?