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Risparmiare energia facendo attenzione alle proprie abitudini alimentari è sempre più un impegno inderogabile, gli sprechi a tavola si trasformano infatti in una dispersione di risorse energetiche. Serve perciò una maggiore consapevolezza da parte dei consumatori sul reale “prezzo” che si paga quando si spreca, oltre ad una particolare attenzione all’efficienza energetica di ogni fase dei processi produttivi.

Lo spreco di cibo porta infatti con sé anche lo spreco dell’energia che è stata utilizzata per produrlo. Secondo la FAO (Food and Agriculture Organisation of the United Nations) a livello mondiale quasi un terzo della produzione di alimenti destinata al consumo umano viene sprecata nei diversi stadi dell’intera filiera di produzione e vendita.

Sempre secondo i dati comunicati dalla FAO (2011), in termini numerici lo sperpero di cibo su scala mondiale raggiunge 1,3 miliardi di tonnellate di cibo buttato ogni anno, quindi il problema ha dimensioni tutt’altro che modeste.

Quando si parla di produzione del cibo la possiamo immaginare come la sommatoria di tre principali elementi che servono per generarlo: terra, acqua ed energia. I primi due rappresentano rispettivamente l’area geografica dove crescono le colture e il liquido necessario per irrigarle. Quando si parla invece di energia abbiamo a che fare con un sistema molto più complesso ed eterogeneo.

L’energia infatti può essere prodotta da centrali distanti centinaia di chilometri dal luogo dove vengono coltivati e lavorati i cibi. Inoltre, tutte le fasi della filiera alimentare necessitano di energia per le varie attività: la distribuzione, lo stoccaggio, il trasporto, il mantenimento delle temperature di conservazione, il packaging ed i processi confezionamento. E’ comunque possibile ridurre il fabbisogno energetico di una o più di queste fasi della produzione attraverso specifici interventi di efficientemento energetico.

Proviamo a seguire un percorso ideale, per ognuna delle fasi di produzione di un certo alimento si richiede un determinato quantitativo di energia, un fazzoletto di terra e dell’acqua. Se adoperiamo delle serre serve energia anche per riscaldarle ed illuminarle e una volta che il frutto è maturo (supponiamo che sia un frutto) lo si deve raccogliere – e ciò comporta un consumo di energia per i macchinari – lo si deve poi stoccare e impacchettare per il trasporto.

Se siamo in Italia e vogliamo spedire in America ci serve energia per il trasporto, arrivati in America abbiamo ancora bisogno di energia per scaricare e far giungere il prodotto sulla grande distribuzione da dove, infine, altra energia lo porterà a destinazione: fine della corsa. Mangiando solo metà di quel prodotto sprecheremo il 50% dell’energia che è servita realizzarlo a farlo arrivare sino a lì, buttandolo ancora intero tutti gli sforzi energetici sostenuti si trasformeranno in spreco, oltre alle risorse necessarie che serviranno per smaltirlo.

Altro riferimento è Il Carbon Footprint (CF) di un certo alimento che ci aiuta a capire quanto ci costa, in termini energetici, produrlo; il CF è il totale di gas serra emessi durante tutte le fasi necessarie alla sua realizzazione (prima agricoltura, macchinari, animali, suolo e poi lavorazione, trasporto e preparazione), e varia in base al genere di alimento e all’area in cui viene prodotto. Ad esempio, in Asia i cereali hanno un CF maggiore a quello dei cereali prodotti in Europa, la produzione del riso comporta infatti maggiori emissioni di gas serra se paragonato a grano o mais. Inversamente in Europa abbiamo un maggiore CF nella coltivazione dei vegetali, per ragioni prevalentemente climatiche.

Per farci un’idea di quanto è invece il CF complessivo, a livello globale, degli sprechi alimentari, basta paragonarlo ad una nazione e scopriremo che si posiziona al terzo posto dopo la Cina e gli Stati Uniti per quantità di gas serra emessi nell’atmosfera.

In termini energetici invece, stando ai dati trasmessi da Ecoscienza (numero 5, anno 2014): “Nei paesi occidentali le filiere agroalimentari consumano tra il 10 e il 30% dell’energia complessiva; la forbice è dovuta sia a differenze nei sistemi di produzione e distribuzione del cibo, che a differenze metodologiche nelle analisi.” Per ridurre il consumo energetico e l’impatto del settore agroalimentare sono necessari almeno due accorgimenti: il primo riguarda la riduzione dello spreco attraverso politiche culturali e di informazione (si veda la legge francese contro lo spreco alimentare), il secondo è inerente alla capacità di efficientare energeticamente la produzione e identificare soluzioni in grado di facilitare l’utilizzo di risorse che altrimenti andrebbero sprecate (come il riciclo dei materiali di scarto per produrre energia).

#GREENPMI ha pensato ad un progetto per condividere con le PMI innovazione ed efficienza energetica, se sei un’associazione o un’azienda interessata ad ospitare gratuitamente una delle nostre date, il Road Tour potrebbe passare anche dalla tua città, perché l’energia è una risorsa troppo preziosa per lasciare che sia sprecata.