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Nonostante l’attuale clima di sensibilizzazione nei confronti di una necessaria, e maggiore attenzione, nei confronti dell’ambiente, in un’ottica che prenda in forte considerazione la sostenibilità delle pratiche di approvvigionamento delle soft commodities da parte delle aziende, gli sforzi fatti dalle imprese risultano essere ancora largamente insufficienti.

A livello mondiale, la media ponderata delle aziende più importanti che hanno intrapreso iniziative volte a consolidare un impegno specifico e concreto nei confronti della sostenibilità delle loro attività, nel medio e lungo periodo, si aggira intorno al 14%, se analizzato tenendo in considerazione gli standard di sostenibilità raccomandati dal WWF.

Ed è proprio all’interno della ricerca internazionale “Slow Road to Sustainability” svolta dal WWF e presentata a metà giugno in occasione del vertice annuale del Consumer Goods Forum (Cgf) a Cape Town, Sud Africa, che si sono evidenziate le criticità del sistema di approvvigionamento delle soft commodities da parte delle imprese.

L’attuale richiesta di soft commodities è in aumento: acqua, carta, soia, olio di palma, zucchero, pescato, carne etc. queste risorse sono indispensabili per gran parte delle attività produttive.

Se da una parte queste commodities sono indispensabili, dall’altra possono rappresentare un rischio per la sostenibilià; soprattutto se vengono estratte in maniera non efficiente e con pratiche non sostenibili, andando in questo modo ad arrecare gravi danni alle comunità ed ai relativi ecosistemi.

La domanda di soft commodities a livello globale è in crescita, per ragioni di diversa natura: aumento della popolazione mondiale, crescente potere economico e quindi di acquisto all’interno dei paesi emergenti, urbanizzazione e accesso sempre più allargato ad una dieta con generi provenienti dall’industria alimentare.

Con una crescente popolazione mondiale aumenta la richiesta di cibo, in gran parte prodotto dalle industrie alimentari e queste divengono gli attori principali per riuscire a garantire sia una sostenibilità per quanto riguarda l’approvvigionamento di soft commodities, sia una riduzione del loro fabbisogno energetico, ottenibile soprattutto con interventi di efficientamento e risparmio energetico.

Sempre secondo la ricerca pubblicata da WWF, che ha analizzato le performance e le politiche di 256 marchi nei settori produzione e retailer, con un fatturato complessivo annuo di 3.500 miliardi dollari, solo il 9% di loro, pari a 22 aziende, ha attivato politiche a breve e medio termine per reperire le soft commodities di cui necessitano da sistemi certificati e sostenibili.

Altro problema evidenziato nel corso della ricerca è quello della trasparenza, solo il 42% delle aziende analizzate pubblicano infatti, all’interno dei loro bilanci, informazioni o report sulla sostenibilità.

Il WWF ha infine indicato una lista di 14 soft commodities con un ruolo primario all’interno della crescita della domanda di beni a livello globale. Per riuscire a garantire sostenibilità è necessario che aziende, enti governativi, NGO e consumatori riconoscano l’impatto che la produzione di queste commodity ha sull’ambiente e trovino insieme la maniera più efficace per mantenere in equilibrio gli ecosistemi da quali, in sostanza, dipende la vita sulla terra.