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L’economia italiana torna a far parlare di se adesso che il periodo estivo sta giungendo al termine, e gli italiani si dimenticano piano piano le ferie estive e i pomeriggi al mare per tornare a confrontarsi con una crescita economica che procede a singhiozzi. Nonostante la “malattia” sia stata diagnosticata da economisti e esperti del settore, la cura stenta a funzionare, e si inizia a paventare l’idea di una mutazione genetica permanente dell’intero sistema economico. Questo tema lo affrontiamo nel puntuale contributo – il presente articolo – di Federalimentare, buona lettura!

Gli ultimi dati della produzione industriale del Paese disegnano il profilo del primo semestre dell’anno. Il totale industria segna un -1,0% giugno su giugno, mentre il confronto semestrale si assesta su un +0,8%. La produzione mantiene quindi un passo espansivo. Ma esso è legato esclusivamente all’eredità dei primi mesi dell’anno: basta dire che, su gennaio-marzo, essa viaggiava su un passo del +1,7%.  

La “dote”, quindi, si sta esaurendo. Gli ordinativi più recenti, d’altra parte, non mostrano segni di svolta.  Va ricordato che il totale industria del Paese aveva chiuso il 2015 con un +1,0% di produzione che, a questo punto, sarà ben difficile replicare.

Le cose vanno in modo ancora più “pallido” sul fronte dell’export.  L’industria infatti ha tirato il freno a mano e, nel semestre, si è fermata sul +0,0%.  Mentre l’anno scorso raggiunse un consuntivo export del +3,9%.

In sostanza il 2016, invece di accelerare, dopo il faticoso riavvio del ciclo emerso l’anno scorso, si sta afflosciando e rischia di portare a casa consuntivi peggiori. D’altra parte, il mercato interno, con le sue marginali “increspature” di ripresa, non consente di dare tono apprezzabile al sistema.

Il PIL 2016 chiuderà quindi, nella migliore delle ipotesi, con un tasso di crescita analogo a quello 2015 (+0,8%), senza riuscire a sfondare, come era stato previsto fino a qualche mese fa, la soglia del +1,0%. Come dire che, pronubo anche uno scenario internazionale complesso e pieno di incertezze, continua l’era degli “zero virgola”. Con effetti che faticano a concretizzarsi nelle tasche delle famiglie e delle imprese.

La produzione industriale del paese continua a navigare quini su livelli inferiori di 23 punti percentuali a quelli raggiunti nel 2007, ultimo anno pre-crisi. Ne consegue che, se manca l’espansione in chiave quantitativa, occorre trovare margini in chiave qualitativa: ovvero, di più alto valore aggiunto, di migliori rapporti costi/ricavi e di maggiore efficienza produttiva. Il risparmio energetico, in questo quadro, reca sempre un ruolo di primo piano.

Vogliamo chiudere ricordando un fatto significativo e poco noto: l’industria nazionale, nel 1948, dopo una guerra devastante, aveva già riguadagnato i livelli produttivi del 1939. Certo, il PIL italiano all’epoca era ancora prevalentemente agricolo, e lo sforzo bellico in qualche modo aveva tenuto in vita alcuni comparti industriali. Ma la ben diversa capacità di reazione sullo stesso arco di tempo (nove anni) indica in modo impietoso la profondità della crisi attuale e le sue caratteristiche radicalmente strutturali.

Una strutturalità di cui ad oggi rimane difficile prevedere durata e finalità, di fatto in questo contesto sopravvivono, e se la cavano bene economicamente, quei settori che per loro natura e volontà sono più inclini ai cambiamenti: sociali e di mercato. Tale propensione al cambiamento da parte delle imprese deve essere comunque non solo garantita ma anche incentivata da politiche in grado di facilitare i processi di export e produzione e semplificare le procedure necessarie per “fare impresa”.