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Mancano i consumi, e non è una provocazione ma un parametro congiunturale critico e che caratterizzato la bassa inflazione di questi ultimi anni, un processo avviatosi con la crisi del 2008. Una crisi che sembra essere endemica. In Italia a settembre abbiamo assistito ad una performance della grande distribuzione, con una forbice che va da -1% a -3,4%. Un ritorno della deflazione, ma le soluzioni quali sono? Ne parliamo in questo articolo, grazie al contributo di Federalimentare.

Dallo scoppio della crisi, il 15 settembre 2008, ci separano più di otto anni, ma il sistema continua ad avere il freno a mano tirato. Ed è sempre più chiaro che Larry Summers, quando ha rispolverato anni fa il concetto di “stagnazione secolare” (inventato da Alvin Hansen ad inizio anni Trenta, dopo la crisi del 1929), non è stato un profeta di sventura, ma un economista obiettivo. C’è da aggiungere che, dopo il 1929, la disoccupazione si trascinò negli USA per tutti gli anni Trenta e si interruppe solo col gigantesco sforzo produttivo del paese legato all’entrata nel secondo conflitto mondiale.

Se Dio vuole, rischi di grandi conflitti oggi non ce ne sono (anche perché gli effetti sarebbero catastrofici per l’intera umanità), per cui bisogna misurarsi con la realtà deludente dei numeri e con le misure di politica economica.

I consumi rappresentano il parametro congiunturale più critico e più lontano dal vedere barlumi di luce in fondo al tunnel. Eppure, nella fase di bassa inflazione che ha caratterizzato l’ultimo biennio, la variazione del reddito lordo si è tradotta quasi per intero nella crescita del potere di acquisto delle famiglie, per la prima volta dal 2008. Ciò ha permesso una debole ripresa della spesa per i beni durevoli, e per i servizi alberghieri e ricreativi, cui non si è accompagnato un eguale recupero per i beni di largo consumo, a cominciare dall’alimentare. Che pure rappresenta, in base ai dati Istat, il 17,7% dei consumi totali delle famiglie.

Così, a settembre, il segmento più performante della distribuzione organizzata, evidenzia cali medi del -1% per l’area aggregata dei “super mercati” e degli “ipermercati”, e un calo ancora più marcato per gli “iper”, pari al -3,4%.

Va anche sottolineato che gli ultimi dati 2016 confermano un ritorno alla deflazione. Non è una buona notizia. I massicci acquisti di titoli operati dalla BCE con il Quantitative Easing, pari a 80 miliardi al mese, stanno facendo risalire lentamente il lubrificante-inflazione in molti paesi europei. Ma per l’Italia non è così.

Il rischio è che la ripresa si faccia ancora più lontana, mantenendo il Paese nell’attuale fase di stallo. Non a caso la crescita del PIL rimane inferiore di quasi la metà a quella media UE: una malattia che conosciamo e che dura da vent’anni. Occorrerebbe un forte colpo di volano, capace di accelerare, con massicci investimenti in infrastrutture e innovazione, produttività, sviluppo e occupazione. Ma non è impresa facile, con oltre 70 miliardi di interessi annui da pagare sul debito. E’ una situazione che, a meno di aumentare ancora il ciclopico debito del Paese (col rischio di bancarotta sul lungo periodo), lascia poco spazio per reperire dosi non “pediatriche” di risorse fresche da gettare nel sistema.  

Intanto, per le aziende che hanno qualche risorsa e senso di prospettiva, rimane l’imperativo di investire in proprio, facendo efficienza al proprio interno. A cominciare dal versante energetico: un tema irrinunciabile oggi e baricentrico in futuro.