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In Italia si investe di più sulle “pensioni baby”, date avventatamente dai governi negli anni ‘70 alla ricerca di consenso (9,5 miliardi all’anno), che in ricerca e sviluppo (6 miliardi all’anno). Questo è l’esempio di uno scotto competitivo, e di dispiegamento delle risorse, che paghiamo tutt’oggi come paese. Specialmente adesso che i nodi della questione petrolio vengono al pettine. L’OPEC ha ricomposto una strategia comune volta a riportare in sù i prezzi del petrolio. L’ENEL ha investito molto in rinnovabili e Energia 4.0 che hanno reso l’Italia un pò meno dipendente dai combustibili fossi. Ma la vera sfida energetica è ancora legata alla competitività del nostro paese. Ne parliamo in questo articolo di Federalimentare.   

Si era detto oltre un semestre fa: era questione di tempo. Ora le tessere dell’accordo OPEC sembrano andate a posto e le quotazioni del petrolio sono risalite in fretta. Mentre si scrive, a metà dicembre, il barile del Wti è a 54,5 dollari, mentre il Brent è a 57,8 dollari. Una decina di dollari in più, mal contati: ovvero un salto prossimo al +20%, rispetto alle quotazioni di un mese prima. Le pressioni, del resto, si erano già  delineate, con le quotazioni dei combustibili che,  a ottobre, mostravano un tendenziale del +10%  sull’ottobre 2015.

Quando, in precedenti commenti, ripetevamo che occorre guardare lontano e che le aziende devono assicurarsi buone performance energetiche, anticipando i fenomeni, avevamo ragione. La stessa ENEL ha deciso di saltare il fosso e di investire forte sulle rinnovabili, puntando enormi risorse con tecnologie aggiornatissime su Energia 4.0. Il futuro non aspetta, bussa già alla porta.

Il discorso energetico si stringe con quello della competitività, che rimane il problema principale del Paese. Il +0,9% di PIL, che dovrebbe essere centrato quest’anno, si pone poco sopra la metà del tasso di sviluppo medio della Comunità a 28. La Gran Bretagna, che nel dopo-Brexit si appresta a ridurre di una unità questo numero, chiuderà il 2016 con un tasso espansivo del PIL pari al +2,1%, “onirico” per noi.

La fatica del competere, per le aziende nazionali del manifatturiero e del terziario, si lega senza dubbio al contesto nazionale, con le sue penalizzazioni annose, ad esempio, sul fronte amministrativo e logistico. Quando si pensa che il Paese paga 9,5 miliardi l’anno per le “pensioni baby” (varate con una larghissima maggioranza del Parlamento nel lontano  1973, a caccia di facile consenso, facendo esplodere un debito che non è più rientrato) e che investe poco più di 6 miliardi l’anno in Ricerca e Sviluppo, si dispone dei punti cardinali di una miopia, ovvero di una scommessa di futuro inadeguata, di cui paghiamo ancora gli scotti.

Gli esempi negativi, insomma, sono noti: sono scesi dall’alto e vengono da lontano. E sono questi che hanno fatto pagare all’Italia un prezzo aggiuntivo per la crisi. Un prezzo che si è tradotto, tra il 2007 e il 2015, in un calo del valore aggiunto del -17,0%, un taglio di 660 mila occupati, un calo dei consumi complessivi delle famiglie del -11%, un calo del PIL, nel momento di picco, di 9,1 punti. Infine, in un taglio della produzione industriale superiore ai 24 punti. Con la conseguenza che metà circa di questa diminuzione di attività rischia di avere carattere persistente e non ciclico, frutto di una collegata distruzione di capacità produttiva del manifatturiero nazionale pari al 15%.

Va aggiunto che, con le zavorre accumulate, il rilancio del Paese si è delineato infine, come sappiamo, con enorme sforzo. Ma il suo passo rimane fra gli ultimi in Europa, ed è assai meno dinamico di altre economie della stessa area mediterranea.

Il “quadro” fa scuola, quindi. E dovrebbe insegnare al sistema produttivo, che vive le tensioni della concorrenza, a investire tempestivamente in efficienza, senza galleggiare nel quotidiano.