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La sera dell’8 novembre si sono tenute le elezioni del quarantacinquesimo Presidente americano. La mattina successiva ci siamo svegliati con la notizia che Donald Trump guiderà la nazione più potente del mondo per i prossimi 4 anni. Il neo presidente ha un punto di vista molto diverso riguardo le politiche energetiche degli United States of America rispetto al suo predecessore Barack Obama e alla sua sfidante Hilary Clinton, quindi cosa succede adesso? In campagna elettorale Donald Trump non ha mai nascosto un certo interesse a far tornare il petrolio ai fasti di una volta nonostante le politiche di de-carbonizzazione portate avanti da Obama negli ultimi 8 anni di mandato, come ad esempio Cop21 e gli accordi di Parigi. Harold Hamm, noto petroliere miliardario americano, subito dopo le elezioni rilasciando una dichiarazione a Forbes, ha detto chiaro e tondo “Già dal primo giorno del mandato di Trump cominceremo a togliere quegli onerosi tributi applicati a molti settori dell’industria in questi ultimi 8 anni di governo americano, adesso possiamo nuovamente sperare in un approvvigionamento energetico economico ed affidabile”.

Sino a qui tutto chiaro, è evidente che Donald Trump intravede nel futuro energetico del paese un rinnovato interesse nei confronti del petrolio, ma anche del carbone. Foresight Energy, un’azienda che si occupa delle estrazioni di carbone, ha guadagnato il 24% in borsa il giorno dopo alle elezioni. Questa maggiore attenzione nei confronti dei combustibili fossili può andare a discapito degli investimenti nelle rinnovabili. Obama e l’America sono stati fondamentali per gli accordi di Parigi, ricoprendo un ruolo centrale nella definizione degli scenari attuali di riduzione delle emissioni. Questo contributo fondamentale degli USA potrebbe invertire rotta con Donald Trump alla guida del paese.

Se le politiche energetiche di Trump proseguiranno secondo i proclami pre-elezione, e confermeranno dunque i risultati positivi che le aziende legate ai combustibili fossili stanno ottenendo in questi giorni nei listini delle borse, si potrebbero però avere conseguenze dirette sul prezzo del petrolio. Ridurre il numero dei regolamenti, allentare le maglie di controllo e dei costi legati alle proprie emissioni aumentando quindi la produzione di petrolio, anche e soprattutto su suolo americano, potrebbe plausibilmente portare al ribasso i prezzi del barile sul mercato. Questo si traduce in un aumento di energia disponibile a basso costo, ma a spese dell’ambiente.

Non tutto è perduto, un nodo centrale delle politiche ambientali americane per la green economy e per chi decide di investire nelle energie rinnovabili si chiama Investment Tax Credit (ITC). L’ITC ha contribuito a incrementare gli investimenti nelle rinnovabili, soprattutto solare ed eolico, sia da parte delle imprese che dei privati. Nel 2015 questa agevolazione fiscale, rivolta a chi investe in tecnologie green, è stata prolungata sino al 2020. Gli analisti ritengono che sia molto probabile un suo rinnovo, se non altro per dare continuità agli investimenti fatti dalle imprese che operano nel settore delle rinnovabili e quelli in programma per il futuro.

Quindi l’America, dal punto di vista energetico, dovrà trovare un compromesso tra la sete di petrolio e la necessità non più rinviabile di pensare all’ambiente.